Oggi è il 29 luglio e scade il termine ultimo per la presentazione delle preferenze delle 150 scuole finalizzata sia al ruolo (sostegno) sia alle supplenze. Da qui alla fine di agosto la macchina burocratica della scuola pubblica farà quello che fa ogni anno: immissioni in ruolo, compilazione delle domande GPS, telefonate dell’ultimo minuto per coprire le cattedre vacanti a settembre e tentare di scongiurare l’ennesimo avvio di anno scolastico in salita. Il copione è collaudato, i numeri no: quest’anno ci sono circa 46.826 posti da stabilizzare contro una platea di precari tra docenti e ATA si stima stabilmente attorno ai 250mila. Anche arrivando al massimo storico di immissioni mai registrato, il sistema stabilizzerebbe meno di un precario su cinque. Il resto rientra in graduatoria, aspetta l’anno prossimo, o lascia.
Se pensi che un ministro non dovrebbe fare il preside di 8.000 scuole contemporaneamente, iscriviti — ne scrivo regolarmente.
Leggi altre notizie →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se pensi che la conoscenza sia un bene pubblico non negoziabile e non in vendita, iscriviti — ne scrivo regolarmente.
Leggi altre notizie →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se la conoscenza è per te una priorità e vuoi rimanere aggiorato/a, non aspettare che qualcun altro ti mandi notizie su WhatsApp.
Iscriviti alla newsletter →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Il meccanismo che non stabilizza chi c’è già – La cornice dentro cui si muovono questi numeri è quella dei concorsi per la stabilizzazione definiti dai PNRR: 70.000 nuove immissioni in ruolo entro il 2026, negoziate con Bruxelles dopo che l’obiettivo iniziale fissato al 2024 si è rivelato, parole del ministro Valditara, “un obiettivo irrealistico”. Il punto strutturale è un altro: il PNRR vincola gran parte di queste assunzioni a nuovi concorsi, non al riconoscimento del servizio già prestato da chi è in GPS da anni. Significa che una fetta consistente dei 250mila precari, inclusi gli idonei dei concorsi 2020 e 2023, ancora in lista d’attesa, resta fuori da un meccanismo pensato per produrre nuovi assunti, non per assorbire lo stock già esistente.
Il personale ATA, dentro gli stessi 250mila, aggiunge un fronte quasi invisibile nel dibattito pubblico: circa 35.000 posti liberi e vacanti restano scoperti nelle graduatorie permanenti dei 24 mesi, al punto che la FLC CGIL ha lanciato a giugno una petizione dedicata solo alla loro stabilizzazione, un problema che si consuma quasi sempre fuori dai titoli dei giornali, riservati alle cattedre dei docenti.
Un’infrazione europea che l’Italia si trascina da anni – Il problema non è nuovo né interno. Dal 2019 la Commissione Europea contesta all’Italia l’uso “abusivo” di contratti a tempo determinato nella scuola e la disparità di trattamento tra precari e docenti di ruolo, in particolare sul riconoscimento degli scatti di anzianità. La procedura è passata da lettera di diffida a parere motivato, fino al deferimento alla Corte di Giustizia UE: anni di solleciti a cui l’Italia ha risposto rinegoziando le scadenze del PNRR, non riformando il sistema di reclutamento nella sostanza. Il doppio canale di assunzione richiesto da FLC CGIL resta fermo: il disegno di legge S.545 della senatrice Bucalo, che andrebbe in questa direzione, non si muove in commissione dal 25 febbraio 2026.
Perché anche il miglior risultato possibile non basterebbe – Anche nello scenario più favorevole visto negli ultimi anni — le 41.804 immissioni dell’autunno 2025, il 77% del contingente autorizzato — non sarebbe un dato risolutivo, e non per pessimismo di categoria: con 250mila precari stabili e un turnover fisiologico di pensionamenti che si aggira sulle stesse cifre delle nuove assunzioni, il sistema non riduce lo stock, lo ricicla. Ogni anno un blocco di precari entra in ruolo, un blocco equivalente si genera da capo tra pensionamenti, nuove cattedre e supplenze non coperte.
Aggiungiamo due disincentivi: un lavoro povero e un inasprimento delle sanzioni –
La ricetta insufficiente, e cosa servirebbe davvero – Il piano Valditara (concorsi PNRR, immissioni per contingente autorizzato, sanzioni più dure su chi rinuncia) muove i numeri di qualche punto percentuale ogni anno, senza toccare le variabili che davvero determinano il precariato strutturale. Le richieste da parte della FLC CGIL sul tavolo, da anni le stesse, restano tre: (1) un piano pluriennale di immissioni in ruolo pari almeno al numero dei pensionamenti, non un tamponamento rincorso di anno in anno; (2) il riconoscimento giuridico ed economico degli anni già prestati come precari; (3) un rinnovo del CCNL Istruzione e Ricerca adeguato che la smetta di inseguire l’inflazione, ma valorizzi davvero il personale. Nessuna delle tre richieste passa per un concorso o per un’ordinanza sulle supplenze, sono richieste che meritano una risposta politica, ovvero sollecitano il vero interrogativo:
quanto lo Stato è disposto a investire per l’istruzione, la formazione, la ricerca, la conoscenza pubblica e statale?
Finché la risposta resta “non abbastanza”, il 29 luglio di ogni anno, data di chiusura delle domande GPS, come oggi, continuerà a essere un rito che sposta le caselle senza cambiare il tabellone.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.